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GRUPPO ASPERGER
scrivi@asperger.it
www.asperger.it
|
Associazione
Camici & Pigiami ONLUS
Vle Franchini, 24 - Genova
Tel.010 3291044
pcf@papinet.it
www.camiciepigiami.org
|
in
collaborazione con A.N.F.F.A.S. Milano |
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SINDROME
DI ASPERGER
Disturbi dello Spettro Autistico e Disturbi Generalizzati dello Sviluppo
Incontro di studio e confronto
fra Genitori, Professionisti, Scuola
e Normativa sull'integrazione scolastica |
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Relazione
della giornata
Milano,
Cascina Biblioteca - 13 ottobre 2002
Il
GRUPPO ASPERGER
si è formato spontaneamente nell'ambito della Associazione Onlus
Camci&Pigiami.
Esso è composto da genitori di bambini Asperger e da altre persone
interessate personalmente o professionalmente a questo tipo di disturbo.
In circa 9 mesi il Gruppo ha realizzato due riunioni con l'intervento
di esperti,
un libro (Asp...Asper...Asperger...che vuol dire?- Frilli Editore),
raccolto l'interesse di un centinaio di genitori e creato il sito internet
www.asperger.it
Il
Gruppo svolge attività di diffusione della conoscenza del disturbo
(o sindrome) di Asperger presso i
genitori, gli insegnanti, i pediatri, l'opinione pubblica.
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PROGRAMMA
-
h. 09.00
- 09.30 arrivi, conoscenza e saluti
-
h. 09.30
-10.00 " I diritti non hanno handicap"
La normativa italiana per l'integrazione scolastica e sociale
Avv. Salvatore Nocera - Vice Presidente FISH .....................................................Pg
3
-
h. 10.00
- 10.30 Spazio riservato per domande, richieste di delucidazioni,
scambi
d'opinione
-
h. 10.30-
11.00 "Ma cos'ha di preciso?"
Disturbi Generalizzati dello Sviluppo - Diagnosi differenziale fra
Disturbo
Autistico, Disturbo Autistico hi-functioning e Sindrome di Asperger
Dott.ssa Paola Visconti - Resp. Ambulatorio Autismo Ospedale
Maggiore di Bologna ...........................................................................................Pg
10
-
h. 11.30
- 12.00 Spazio riservato per domande, richieste di delucidazioni,
scambi d'opinione
-
h. 12.00
-12.30 "L'arbitro in panchina con il fuori-classe:
la partita la perde la squadra"
L'insegnante di sostegno alla classe
Prof.ssa Evelina Chiocca - Presidente C.I.I.S. (Coordinamento
Insegnanti di Sostegno Specializzati)...................................................................Pg
17
-
h. 12.30
- 13.00 Spazio riservato per domande, richieste di delucidazioni,
scambi
d'opinione
-
h. 13.00
- 14.30 Break*
* *
-
h. 14.30
- 16.30 "Obiettivi Comuni, proposte - Suddivisione dei compiti
e agenda futura"
Riservato ai Ragazzi e loro Familiari....................................................................Pg
25
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" I diritti non hanno handicap"
LA
NORMATIVA ITALIANA
PER L’INTEGRAZIONE SCOLASTICA E SOCIALE
AVV.
SALVATORE NOCERA
(stralcio
del discorso registrato)
INTRODUZIONE
LA SITUAZIONE
ITALIANA
Per quanto
riguarda la scuola noi abbiamo una situazione molto strana: la legislazione
da 30 anni a questa parte è andata sempre migliorando e sinteticamente
posso dire che la normativa di questi ultimi due anni, cioè del
nuovo Governo, è in perfetta linea di continuità con la
normativa preesistente.
Parlo della normativa a livello legislativo e amministrativo, soprattutto
delle Circolari del Ministero. Quello che invece lascia molto perplessi
è il fatto che a livello politico non ci sia poi un controllo sulla
applicazione. Infatti, pur avendo un’ottima normativa, rischiamo
di essere come se ne fossimo privi poiché in ogni Regione, in ogni
Comune e anche in molte scuole i responsabili di queste Istituzioni fanno
in pratica quello che ritengono più opportuno.
IL PROBLEMA DELLE DEROGHE
Ecco soltanto
alcuni accenni poiché sarebbe invece più importante ascoltare
proprio dalla vostra viva voce quali sono i problemi. Per esempio sentivo
prima che in presenza di una diagnosi più articolata è stato
aumentato il numero delle ore di sostegno. Questo fatto è importante
però si deve guardare l’art.22 del Disegno di Legge Finanziaria:
il comma 6 di questo articolo purtroppo dice che le deroghe, quindi le
nomine in più per i posti di sostegno, saranno fissate con un contingente
regionale. Fino ad oggi le deroghe si davano in base ai bisogni effettivi
che dovevano essere documentati. Ora, se vengono fissati dei contingenti,
se si fissano dei tetti massimi senza sapere qual è il bisogno
effettivo delle singole realtà regionali, si corre il rischio che
magari si soddisfi il bisogno di alcuni e non venga soddisfatto il bisogno
di altri, oppure venga soddisfatto il bisogno di tutti in maniera però
ridotta. Su questo punto noi abbiamo presentato degli emendamenti. Vedremo
se il governo li farà propri oppure… Questo è un aspetto
delicatissimo da verificare l’anno prossimo.
IL PROGETTO
EDUCATIVO
LA DIAGNOSI
FUNZIONALE
Dobbiamo però
essere molto attenti: per avere dell’integrazione scolastica di
qualità tutto deve partire da una buona diagnosi funzionale. Voi
dovete pretendere che all’atto dell’iscrizione vi sia una
diagnosi funzionale per quanto possibile comprensibile da parte degli
insegnanti. Non sempre tra professionisti è semplice capirsi dal
momento che la terminologia, il linguaggio usato dagli esperti della ASL
spesso non sono comprensibili agli insegnanti.
IL PEI
Una diagnosi
funzionale molto chiara è assolutamente necessaria perché
è quella su cui si fonda il progetto di integrazione scolastica.
Su quella, infatti, si imposta il PEI, il Progetto Educativo al quale
avete il diritto di partecipare essendo previsto nella legge (art.12 comma
5 della legge quadro sul diritto delle persone con handicap - legge 104
del 1992). In questo Progetto devono essere già individuati i bisogni
educativi previsti dalla legge, cioè non solo il sostegno ma anche,
per esempio, una maggiore preparazione degli insegnanti curriculari ed
una loro migliore collaborazione con gli insegnanti di sostegno.
LA FORMAZIONE
DEGLI INSEGNANTI
Proprio il
2 ottobre u.s. è uscita una circolare che finalmente prende in
considerazione l’opportunità e la necessità che gli
insegnanti curriculari facciano dei corsi di aggiornamento. Poco fa mi
telefonava un funzionario del Ministero, mio carissimo amico, per dirmi
che è prossima l’attivazione di questi corsi tramite l’Università
Cattolica e tramite il direttore Dott. Dutto. Tali corsi prevederanno
tra l’altro un programma nazionale per la formazione degli insegnanti
curriculari sulle problematiche degli handicap. E mi chiedeva anche la
collaborazione della Associazione per le specificità. Tornando
a Roma parleremo più in dettaglio di questa organizzazione. Sarà
un corso prevalentemente “on-line” con dei momenti di presenza,
di testimonianza delle singole Associazioni.
LA ESIGENZE
SANITARIE
Il progetto
didattico deve riguardare anche altre esigenze: una necessità particolare
(per cui purtroppo è già la seconda volta che io torno al
programma “Mi manda Rai 3”) è quello dell’assistenza
igienica ai ragazzini – probabilmente non è il caso dei vostri
figlioli - che per esempio non hanno il controllo sfinterico. Il problema
va risolto, e ci sono le norme per risolverlo, ma al solito non vengono
applicate. È dal PEI che queste esigenze emergono, quindi la scuola
deve sapersi attrezzare e così pure l’Ente locale.
LA REDAZIONE DEL PEI
Il PEI DEVE
ESSERE VERAMENTE LA MAPPA IN CUI SONO INDICATI TUTTI I SERVIZI NECESSARI
PER GARANTIRE UNA BUONA QUALITA’ DELL’INTEGRAZIONE SCOLASTICA.
Alla domanda
“Il PEI è OBBLIGATORIO ? Lo devono fare tutte le scuole ?”
l’Avvocato risponde: Tutte le scuole DEVONO fare il PEI per ogni
scolaro con handicap. Voi, genitori, in base al comma 5 dell’art.12
della legge 104/92, avete il diritto di partecipare alla sua formulazione.
Di solito il PEI andrebbe impostato all’inizio dell’anno scolastico.
Io sostengo la tesi che la normativa andrebbe modificata (l’ho sostenuto
anche in un mio libro) nel senso che si dovrebbe impostare il PEI già
alla fine dell’anno scolastico precedente in modo che possa essere
immediatamente attuato l’anno successivo.
Questo punto è fondamentale. Tenete presente che il PEI non è
il percorso didattico di vostro figlio bensì è il progetto
educativo GLOBALE di vostro figlio, progetto che comprende gli aspetti
sanitari, se ve ne è bisogno, gli aspetti di socializzazione e
gli aspetti educativi e di istruzione. Voi dovreste essere consultati
perché dovete assolutamente esprimere la vostra opinione sugli
obiettivi che globalmente si intendono realizzare, sulle metodologie riabilitative
e di socializzazione che si intendono attivare e sui criteri di valutazione
dei risultati di questi tre anni. Ognuna delle singole agenzie, cioè
l’ASL, i servizi sociali e la scuola impostano poi il percorso didattico.
Lì la vostra presenza non è più necessaria, la vostra
presenza deve essere invece determinante nell’impostazione del PEI.
Successivamente ognuna di queste tre Agenzie, sulla base dei criteri concordati
comunemente su questi tre elementi (obiettivi, metodologie e criteri di
verifica), agisce, ciascuna nel proprio ambito, in base a progetti specifici
che poi andranno verificati.
IL GLHO
All’inizio
dell’anno scolastico voi genitori scrivete una lettera al Dirigente
Scolastico con la quale chiedete, ai sensi del’art.5 della legge
104 e nella vostra qualità di genitori, la riunione urgente di
un GLHO (Gruppo di lavoro Operatvio sull’Handicap - questo è
il termine tecnico usato) cioè la riunione del Consiglio di classe
con gli operatori sanitari e con i genitori per impostare la formulazione
del PEI.
Normalmente voi potete pretendere un GLHO, per esempio, prima della fine
del primo quadrimestre, e uno prima della fine del secondo quadrimestre
in modo da poter verificare quali siano i risultati effettivamente realizzati
rispetto a quelli attesi e che erano stati previsti sia nel PEI che nei
progetti che dal PEI derivano.
LA QUALITA'
DELL'INTEGRAZIONE
Quello che
è importante, secondo me, è che dovreste cominciare a pretendere
dalle scuole, dalle amministrazioni (sia dalla ASL sanitaria che dagli
Enti locali) che si cominci a ragionare proprio in termini di indicatori
di qualità e, di conseguenza, ogni scuola dovrebbe essere in grado
di saper individuare degli indicatori minimi di qualità per l’integrazione
scolastica.
Io adesso
non ho il tempo, ma se poi fate qualche domanda, ve ne parlerò.
Chi fosse interessato può scaricare dal sito www.edscuola.it/archivio/handicap
e cercare tali indicatori. Ci dovrebbe essere proprio una mia relazione
sugli indicatori di qualità che ho pubblicato su una rivista del
Centro Erickson di Trento (numero 4).
Con riguardo
alla legge dell’integrazione scolastica e sociale ho cercato di
formulare una specie di decalogo, cioè 10 indicatori indispensabili
per misurare la qualità dell’integrazione. Sono di 3 tipi:
- strutturali, vale a dire cosa ogni scuola deve possedere all’apertura
dell’anno scolastico per essere in condizioni di qualità;
- di processo, durante lo svolgimento dell’anno scolastico,
- gli indicatori di risultato, alla fine dell’anno scolastico.
Desidero ribadire
che per le persone con disabilità il risultato non è solo
basato sul profitto negli apprendimenti dal momento che bisogna tenere
conto anche degli altri aspetti che la legge quadro indica come obiettivi
per l’integrazione scolastica.
La legge quadro
all’art.12, comma 3 precisa che l’integrazione scolastica
deve servire a far crescere in autonomia i vostri figli insieme con i
compagni e grazie allo stare insieme con i compagni.
Crescere in
autonomia – dice la legge – si intende in quattro ambiti:
- quello dell’apprendimento,
- quello della comunicazione (capire e farsi capire anche con metodi non
verbali),
- quello della socializzazione ( capacità di stare insieme con
gli altri),
- quello degli scambi relazionali, cioè la capacità di stringere
rapporti dialogici importanti, stringere rapporti di amicizia significativi
anche fuori della scuola e anche al di là del periodo scolastico.
Praticamente
il giudizio che devono dare gli insegnanti specializzati, a mio parere,
non è un giudizio sulle singole materie -- perché a quello
ci pensano già gli altri insegnanti -- ma un giudizio su questi
quattro parametri.
E' importante che si abituino a fare quindi un'analisi, e a dare un giudizio
sugli apprendimenti come visione globale degli stessi e come metodologia
di apprendimento da parte degli alunni.
E' diritto degli insegnanti specializzati valutare in questo modo tutti
gli alunni della classe, e questo affinché ci sia una vera integrazione.
Sarebbe interessante, su questo punto, sentire cosa ne pensano gli insegnanti
stessi.
LE PROSPETTIVE
GLI ASPETTI
POSITIVI DELLA SITUAZIONE:
GLI SPAZI DEI GENITORI ALL'INTERNO DELLA SCUOLA
Ci sono poi
altri aspetti che non sono meno importanti se vogliamo parlare di integrazione
scolastica. In base alla logica attualmente seguita, cioè quella
sia del decentramento amministrativo sia, soprattutto, dell’autonomia
scolastica si aprono per i genitori degli spazi ma vi sono anche dei rischi.
Gli spazi
quali sono? Prima di tutto i genitori continuano a rimanere nel Consiglio
di Istituto, anche se ho visto una proposta di riforma degli organi collegiali
che prevede di non dare più a un genitore la presidenza del Consiglio
di Istituto. Comunque la presenza permane.
Un altro spazio
importante è l’assemblea dei genitori la quale può
pretendere di essere sentita nell’impostazione del POF (Progetto
Offerta Formativa). da parte della scuola
Ogni scuola adesso ha un suo biglietto da visita che è appunto
il Progetto dell’Offerta Formativa. Nel POF devono essere indicati
anche i criteri che ogni determinata scuola vuole adottare per l’accoglienza
degli alunni. Dovete pretendere che tra questi criteri ci siano anche
quelli dell’accoglienza degli alunni con handicap con riguardo alla
specificità. Questo è un altro spazio su cui dovete insistere
e dovete pretendere che si parli anche degli insegnanti curricolari i
quali devono abituarsi a collaborare con quelli di sostegno, con voi genitori,
ecc.
Un altro spazio
importante è il GLHI (Gruppo di Lavoro d'Istituto sull'Handicap).
L’art.15 comma 2 della legge quadro dice che in ogni scuola deve
essere istituito un Gruppo di lavoro di cui fanno parte alcuni genitori
(la legge non dice quanti, quindi ogni scuola può decidere liberamente),
gli operatori della scuola e gli operatori socio-sanitari. Questo per
affrontare i problemi globali dell’accoglienza degli alunni con
handicap nella scuola, la programmazione dei servizi nella scuola e l’individuazione
degli indicatori di qualità.
E’ necessario fare in modo che non vi sia in questo “gruppo
di lavoro” solo un genitore di un alunno con handicap, ma che vi
sia anche un genitore di un compagno perché così il problema
diventa anche problema degli altri. Se parliamo di integrazione deve essere
integrazione e gli uni si debbono fare carico dei problemi degli altri
secondo la logica della pedagogia cooperativa.
Dovete tenere
presente un altro spazio a voi garantito: il Ministero ha creato una specie
di commissione dei genitori (Forum Nazionale delle Associazioni di Genitori)
in cui sono state accolte le principali associazioni, ma non c’è
un’associazione che rappresenti i genitori di alunni con handicap.
Chiederemo al Ministro che venga presa in considerazione anche la presenza
di una rappresentanza di queste nostre associazioni, oppure che le più
importanti associazioni dei genitori (pensate all'A.GE, al Coordinamento
Genitori Democratici) entri a far parte dell'osservatorio sull'integrazione
scolastica che il Ministero ha finalmente ricostituito.
GLI ASPETTI NEGATIVI:
I RISCHI
I rischi invece
quali sono? I rischi sono grossi. Primo, i tagli della pubblica spesa.
Infatti già nella finanziaria di quest’anno esiste il rischio
che i servizi vadano sempre più riducendosi, c'è già
stato un forte taglio alle ore di sostegno.
D’altra
parte l’idea che ogni scolaro debba avere un insegnante di sostegno
tutto per sé, non me ne vogliate male, credo sia pedagogicamente
sbagliata secondo la logica dell’integrazione scolastica anche perché,
se dovessimo essere coerenti, allora nelle scuole superiori, dove ci sono
addirittura 36 ore di insegnamento settimanale, non basterebbe un insegnante,
ma ce ne vorrebbero due…
Certo, ci sono dei casi particolari in cui è necessaria una presenza
costante, ma è necessario vedere se proprio deve essere un insegnante
specializzato oppure se possa essere in parte un insegnante specializzato,
in parte un assistente educativo e in parte anche un insegnante curriculare.
La logica del rapporto uno a uno (un alunno – un insegnante) crea
la cultura della delega al solo insegnante di sostegno contro la quale
stiamo faticosamente lottando perché vogliamo che anche gli insegnanti
di classe si facciano carico di questi alunni.
Comunque il
taglio della spesa pubblica creerà dei problemi sia per il sostegno,
sia per i servizi sul territorio, intendendo sia il numero dei bidelli
nel caso in cui questi debbano prestare assistenza igienica, sia gli assistenti
educativi dei comuni, o delle province nel caso di scuole superiori, sia
i trasporti, e si prevede che vi saranno problemi anche per le ASL.
Comincio ad
avere il timore che laddove le ASL riuscivano a darvi la diagnosi funzionale
in tempo utile e anche riuscivano a fare degli incontri di verifica almeno
due volte all’anno, questo non sarà più possibile.
Questi incontri si dovranno ridurre per mancanza di personale e questo
è un grosso rischio.
Inoltre, non potendo assumere, utilizzano personale precario, e questo
comporta un rischio di non continuità, oltre al rischio già
esistente per la continuità educativa.
Si rischia infatti che la presa in carico da parte della ASL o da parte
dei servizi sociali subisca continui cambiamenti a causa della precarietà
del personale (che può cambiare ogni tre mesi o ogni anno), facendo
mancare ai vostri bambini quei punti di riferimento certi di cui avrebbero
bisogno.
Un altro grande rischio potrebbe essere rappresentato dalla visione manageriale
del dirigente scolastico, il quale dice “faccio tutto io”
e così viene meno la logica democratica della scuola.
Su questo dovete essere molto attenti. Ovviamente non vi conviene mai
prendere di punta il dirigente scolastico o gli insegnanti se avete qualcosa
da obiettare o se non siete d’accordo con gli insegnanti stessi.
Io vi consiglierei di fare andare avanti la vostra Associazione, la quale
parla in generale e non dice: per Caio, per Tizio, anche se si sa che
il caso riguarda qualcuno in particolare…
Intanto l’Associazione vi copre un po’ le spalle, vi dà
più forza per poter intervenire e per poi cercare di individuare
strategicamente nella realtà le figure di riferimento (o nella
singola scuola o nel CSA, ex provveditorato agli studi, o nella regione).
In Lombardia,
parlavamo prima con la dottoressa Chiocca, c’è già
una persona che si occupa esclusivamente di handicap come dovrebbe esserci
in tutti gli uffici scolastici regionali. In ogni CSA ci dovrebbe essere
una persona utilizzata per fare questo e in ogni scuola, ripeto, dovrebbe
esserci questo gruppo di lavoro previsto per legge.
L'ATTIVITA' DELLA FISH
Se qualcuno
di questi organismi non funziona, vi indico il recapito della FISH (Federazione
Italiana Superamento Handicap).
Segnalateci i problemi e vediamo cosa e come posso fare. Noi abbiamo creato
un osservatorio sull’integrazione scolastica che già si è
riunito due volte: una volta si è riunito in luglio in vista di
una valutazione dell’anno scolastico passato e il due ottobre abbiamo
fatto una valutazione dell’anno scolastico appena iniziato. Faremo
un’altra riunione a febbraio per verificare come si è sviluppato
l’anno scolastico.
Questo ci
permette anche di fare un quadro generalizzato della situazione in Italia
con le carenze, ma anche con le possibilità di eccellenza che pure
ci sono, perché non dobbiamo sempre guardare gli aspetti negativi.
Io cerco sempre di verificare anche quali sono le esperienze positive
che si vengono a maturare in Italia e l’osservatorio ci permette
anche una maggiore interlocuzione con il Ministero.
Se poi si
riuscisse a creare degli osservatori sempre della FISH, a livello regionale,
potremmo avere anche degli interlocutori a livello regionale. Vi posso
dire che noi, come FISH, siamo riusciti a fare in modo che la normativa
non degenerasse in questi ultimi due anni proprio perché non c’era
più l’osservatorio dei genitori; tale osservatorio è
stato ripristinato da poco, ma ancora non funziona e come FISH siamo stati
gli unici che a livello nazionale siamo riusciti ad andare a contattare
i funzionari. Più che i Ministri, più che i Sottosegretari
abbiamo contattato i funzionari per dire loro: guardate che nell’ordinanza
sull’incarico delle supplenze, per la parte nostra, richiede attenzione
a certi aspetti, per le deroghe a certi altri, così anche per formazione
degli insegnanti e così via… Su ciò è stata
messa a punto una normativa in linea di massima accettabile, si tratta
di verificare le conclusioni operative.
CONCLUSIONI
Non so se
voi siete a conoscenza che esiste un movimento culturale: “La pedagogia
dei genitori”. È un movimento che è stato portato
avanti da Mario Tortello, un giornalista della “Stampa” purtroppo
precocemente scomparso; adesso è portato avanti dai suoi amici
e collaboratori che si raccolgono fondamentalmente intorno alla rivista
“HANDICAP E SCUOLA”, la quale viene pubblicata a Torino in
via degli Artisti, 36. Se siete interessati io posso darvi il numero di
telefono, oppure potete scrivere e farvi mandare una copia saggio, il
Movimento pubblica anche opere molto interessanti. Loro hanno anche realizzato
un progetto europeo, in partnership con altre realtà di altri Stati
europei, insistendo proprio sul fatto che i genitori si debbono riappropriare
della pedagogia, cioè di come educare i figli e di come aiutarli
a crescere nella società.
Certo, i genitori
non sono gli unici ad educare i figli poiché essi devono interagire
con altre agenzie educative ed essere aiutati attraverso incontri, associazioni;
devono poter dialogare con altri e dire con autorevolezza anche il loro
pensiero su questo argomento. Poi sono essi gli unici che, in caso di
divergenze, prendono decisioni. Si parla tanto di consenso informato e
i genitori devono essere messi in grado di poter esprimere un consenso
informato.
Questo movimento
si sta sviluppando sempre di più e io sono contento che si stia
realizzando questo discorso perché i genitori che prima erano visti
soltanto come controparte di tipo sindacale, stanno diventando sempre
più degli interlocutori culturalmente e socialmente validi della
comunità scolastica.
Concludo lasciandovi
un libretto che contiene tutte le agevolazioni fiscali riguardanti le
famiglie con persone con handicap. Questa pubblicazione la trovate presso
qualunque Agenzia Regionale delle Entrate ( è stato infatti pubblicato
da queste Agenzie). A scriverlo quasi tutto è stato un nostro amico
della FISH, Carlo Giacobini che ha uno studio a Treviso e che si occupa
proprio di questi argomenti.
|
"Ma cos'ha di preciso?"
Diagnosi differenziale fra
Disturbo Autistico Hi-Functioning (HFA)
e Sindrome di Asperger
Relazione
della
Dott.ssa Paola Visconti
Responsabile
dell'Ambulatorio Autismo
Unità operativa di Neuropsichiatria Infantile
Ospedale Maggiore di Bologna
(stralcio
del discorso registrato)
INTRODUZIONE
Riallacciandomi
al discorso sull'integrazione scolastica, vorrei dire che, per inserire
i bambini con Disturbo di Asperger nel gruppo dei compagni, è importante
capire "come funzionano", effettuare cioè una diagnosi
attenta e un profilo di tutte quelle che sono le loro abilità.
Occorre poi favorire un modello dei pari; sappiamo infatti che in bambini
con questo tipo di disturbo le abilità sociali sono una cosa difficilissima,
che non si impara per "osmosi", cioè non si impara intuitivamente.
Spesso in passato si è sentito dire: "mettiamolo con i pari
nella scuola per favorire la socializzazione", ma la socializzazione
non è, come per noi, qualcosa che avviene intuitivamente, empaticamente.
Una serie di studi dimostra quanto per loro questa abilità sia
difficile; allora va insegnata, il che non vuol dire che devono essere
messi in un angolo, ma vanno organizzate situazioni tali per cui questo
possa essere possibile.
Non e' sufficiente metterli lì, semplicemente inseriti: devono
effettivamente ricevere una serie di supporti e di insegnamenti che vanno
dall'insegnamento scolastico di abilità accademiche, all'insegnamento
di abilità superiori, come la capacità di saper stare con
gli altri e il gioco.
Ciò
che noi facciamo nell'ambito del nostro servizio, cioè all'interno
del servizio pubblico presso l'Ospedale Maggiore di Bologna, va dall'inquadramento
diagnostico ad approfondimenti medici ed eventuali trattamenti farmacologici,
a progetti psicoeducativi e consigli logopedici.
CLASSIFICAZIONE
Idealmente
e metaforicamente un grande ombrello comprende i disturbi pervasivi dello
sviluppo, all'interno del quale sono compresi una serie di sindromi e
disturbi che sono accomunati fondamentalmente da tre caratteristiche:
- anomalie
qualitative nell'ambito dell'interazione sociale;
dico volutamente interazione sociale perché il termine "relazione"
e' un termine estremamente complesso, che può generare confusione
ed anche perché da alcuni questo termine può essere utilizzato
ambiguamente, rimandando a concezioni di tipo psicodinamico che noi non
condividiamo;
- anomalie
qualitative nell'ambito della comunicazione
(e comunicazione voi sapete bene che non significa solo linguaggio, significa
comunicazione in senso lato, sia verbale che non verbale);
- marcata
ristrettezza degli interessi;
Ciò può riguardare le forme più semplici, quali sono
i manierismi motori, e forme più complesse, quali sono quelle che
riguardano le ossessività e un'insistenza eccessiva su certi temi.
Alcuni hanno incredibili capacità di ricordare, di immagazzinare
dati rispetto ad un certo argomento e diciamo che la loro attività
mentale è assorbita in gran parte da un determinato argomento.
Avendo come base queste 3 caratteristiche fondamentali, si può
avere tutta una serie di quadri clinici che sfumano, che sono leggermente
diversi, e verosimilmente la ricerca nei prossimi anni ci porterà
a dividere questi quadri in sottogruppi, ognuno con una base eziologica.
Tuttavia questo gruppo di disturbi è accomunato da un'ipotesi di
base genetica.
La medicina
attualmente deve basarsi sulle evidenze e allo stesso modo anche la pedagogia
speciale va basata sulle evidenze.
Siamo di fronte a delle disabilità che abbisognano di pedagogia
speciale, ma con delle evidenze, vale a dire fondata su sperimentazione
di interventi che siano validati da un punto di vista scientifico.
E per scientifico intendo caratterizzato da una metodologia, ovvero un
metodo di confronto tra la situazione di partenza e le fasi successive.
Tali indici sicuramente non sono facili da ottenere, poiché stiamo
parlando di situazioni che risentono molto dei condizionamenti ambientali,
sono indici tuttavia necessari a dirci se questo soggetto è effettivamente
progredito o no, se sta facendo un percorso che lo porta in una certa
direzione o no.
L'impressione clinica non basta.
Nell'ampio
ombrello dei disturbi pervasivi dello sviluppo sono quindi compresi il
disturbo di Asperger e il disturbo autistico.
Ora non si parla più di autismo infantile; ma disturbo autistico
e disturbo pervasivo dello sviluppo.
Questa nuova denominazione ha rappresentato un cambiamento concettuale
molto importante che si e' verificato dalla fine degli anni '80 e ha marcato
la differenza rispetto alla concezione antecedente che riteneva questi
disturbi inquadrabili nella cornice delle psicosi.
Spesso in ambito scolastico, capita ancora di leggere queste diagnosi:
psicosi o psicosi simbiotica, tratti autistici o tratti psicotici: è
necessario fare un'attenta diagnosi differenziale, (questo ovviamente
non può spettare agli insegnanti, ma ai servizi preposti)
Siamo infatti di fronte a qualcos'altro rispetto alla psicosi, siamo di
fronte a quelli che sono dei disturbi che iniziano precocemente nel primo
anno di vita (anche se la manifestazione clinica si può avere più
tardi) e vanno a pervadere tutte le capacità evolutive del soggetto;
A me sembra una terminologia molto appropriata dire che tali disturbi
pervadano tutto quello che è lo sviluppo evolutivo del soggetto,
proprio perché è così fondamentale per l'essere umano
la capacità di comunicare, la capacità di interagire con
gli altri.
Questi sono bambini con un bell'aspetto, sono tutti molto carini, camminano
bene, anche se qualcuno e' un po' più goffo.
Si presentano quindi molto bene, però sono bambini che hanno delle
anomalie su base genetica.
E' necessario quindi ancora fare molta ricerca perché, a differenza
della sindrome di Down, che ha un'anomalia cromosomica, in questo caso
invece siamo di fronte a un disturbo che è molto complesso e molto
variegato.
I ricercatori pensano che siano implicati almeno 3 geni, ma andare a cercare
dove sono questi geni e a che cosa sono associati è molto difficile,
quindi siamo ancora a un livello di ricerca.
Alla base c'è comunque un assai fondato disturbo genetico, ci sono
delle anomalie a carico dell'organizzazione neuronale che iniziano molto
precocemente e che vanno a limitare fortemente quello che è l'impatto
di questi bambini con l'ambiente.
Vi citerò ora una ricerca per marcare la differenza rispetto ad
un vecchio concetto di psicosi.
Vorrei ribadire
che il concetto di psicosi, grossolanamente, possiamo dire che vada applicato
a quelle situazioni in cui abbiamo uno sviluppo che apparentemente è
nella norma, ma poi viene devastato da qualcosa che viene "dall'ambiente"
(in senso lato).
Questi bambini con psicosi hanno comunque una complessità di pensiero
e di ragionamento più evoluta: la psicosi è cioè
qualcosa che si innesca in una situazione apparentemente normale.
Nel nostro caso invece la situazione non e' normale, fin da subito c'è
qualcosa che biologicamente non va.
Vi cito questa
ricerca di Shultz, eseguita negli Stati Uniti con la Risonanza Magnetica
Funzionale, che per noi in Italia è disponibile solo in pochi centri,
perché ha dei costi rilevanti (e anche questo fattore viene purtroppo
a limitare la ricerca).
E' stata fatta un'indagine in un gruppo di soggetti Asperger o comunque
autistici HFA: sto parlando perciò di soggetti che hanno un livello
intellettivo buono, o comunque nella norma, confrontando i risultati con
quelli di soggetti cosiddetti normali.
Sono stati
posti entrambi i gruppi di fronte a situazioni che implicavano un riconoscimento
delle espressioni dei visi, e un riconoscimento di semplici oggetti.
Sono state studiate le emozioni dei soggetti, attraverso l'osservazione
della mimica facciale e con la registrazione delle modificazioni a livello
cerebrale mediante la Risonanza Magnetica Funzionale.
Si è visto che nei soggetti con alto funzionamento o Asperger,
al momento del riconoscimento dei visi, non si attivava, o si attivava
in misura limitata, un'area cerebrale che e' posta al di sotto del lobo
temporale (non entrerò qui nel dettaglio), cosa che invece succedeva
con i cosiddetti normali.
Quella è l'area specifica implicata nel riconoscimento delle varie
emozioni dei visi. Cosa si attivava invece? si attivava l'area per il
riconoscimento degli oggetti.
Quindi mentre nei soggetti normali c'erano due aree, una per il riconoscimento
degli oggetti e una per il riconoscimento dei visi, nei soggetti HFA e
negli Asperger si attivava la stessa area.
C'era quindi una ipoattività della zona preposta al riconoscimento
dei visi, poiché si attivava la stessa area che era preposta al
riconoscimento degli oggetti.
Il viso con emozioni non attivava una differenza, la reazione era analoga
per la faccia e per l'oggetto.
Questo ci fa capire che i nostri bambini non sono in grado di riconoscere
le nostre emozioni, non perché noi siamo incapaci di esprimerle
e trasmetterle, ma perché loro non sono predisposti a riconoscerle.
Mi sembra una considerazione di cui tenere conto.
CARATTERISTICHE
Ci troviamo di fronte a qualcosa di differente rispetto alla schizofrenia,
come rispetto alle psicosi.
Certo che per parlare di autismo dobbiamo parlare di situazioni che iniziano
prima dei 3 anni d'età, perché se abbiamo situazioni che
iniziano dopo, siamo probabilmente di fronte a cose differenti.
E ciò è importante sia a fini di ricerca che di intervento.
Chiaramente ogni bambino e' diverso, entriamo quindi nel dettaglio per
dare una cornice che sia analoga in tutti questi soggetti.
1 - Dobbiamo avere una compromissione qualitativa dell'interazione sociale.
Questa e' molto importante: il termine qualitativo marca la differenza
rispetto ad una problematica di ritardo (e la ricerca di cui parlavo prima
ne e' un esempio).
Non siamo di fronte semplicemente ad un deficit (e i bambini che ho visto
qua me lo fanno pensare), non c'è soltanto una mancanza, o un'insensibilità,
o un rifiuto di aver a che fare con gli altri, non è solo qualcosa
in negativo: quello che caratterizza questi bambini è invece la
atipicità.
Non sono semplicemente timidi, non sono insensibili, non è che
si rifiutino, e non è neppure un problema di ritardo
A noi capita che ci portino in Ospedale bambini molto gravi: quindi, anche
i bambini con delle encefalopatie gravi hanno difficoltà ad avere
a che fare con gli altri, ma in quel caso la difficoltà è
ascrivibile ad una mancanza di mezzi; sono bambini con un potenziale globalmente
ridotto e quindi fanno fatica ad avere a che fare con gli altri proprio
per questo.
In questo caso invece non c'è anomalia qualitativa, e questo e'
un dato molto importante non solo a livello diagnostico, per noi operatori,
ma è un dato importante da un punto di vista abilitativo perché
noi potremo aspettarci in questi bambini di ottenere, per mezzo di trattamenti
adeguati che vanno conosciuti, dei progressi e dei miglioramenti molto
più importanti rispetto a bambini che semplicemente hanno un deficit.
Nonostante che anche in questo caso siamo di fronte a un deficit, anche
se specifico, che si palesa in una maniera strana, bizzarra.
2 - Vediamo
marcata compromissione nell'uso di comportamenti non verbali, cioè
ad esempio:
- non guardano in faccia, ma guardano da un'altra parte;
- hanno una mimica molto povera o comunque che non viene modulata rispetto
alle situazioni,
- hanno delle posture corporee un po' strane: magari si avvicinano con
la spalla o si avvicinano con la schiena, piuttosto che avvicinarsi frontalmente.
Noi abbiamo una serie di codici (che non conosciamo neanche noi, perché
li usiamo intuitivamente), di relazione con gli altri.
Essi sono molto precisi: i vostri occhi per esempio mi guardano ed io
penso: "Ok, mi stanno seguendo, adesso vado avanti".
Abbiamo dei feedback: ecco, provate a pensare che questi bambini non hanno
il feedback per capire quando devono cominciare, quando devono smettere!
Tutto questo, per loro, è come se dovesse capitare a noi di andare
in un paese con una cultura completamente diversa, che ha riti e regole
sociali differenti: noi ci troveremmo a disagio e cercheremmo di capire,…
forse avremmo anche qualche "problemino" di comportamento, forse
ci agiteremmo un po', anche perché non capiamo la lingua.
DISTURBO AUTISTICO E DISTURBO DI ASPERGER
Nell'esaminare
le differenze tra un bambino con disturbo autistico ed uno con disturbo
di Asperger occorre tener conto che, trascorsi i 5 anni di età,
la principale sintomatologia che caratterizza l'autismo, e cioè
l'isolamento, anche nei bambini autistici tende a sfumare.
Risultano evidenti nei bambini con disturbo di Asperger le abilità
fuori della norma, e questo sia in senso assoluto, cioè rispetto
agli altri bambini, sia in senso relativo, cioè rispetto agli altri
campi personali.
Spesso accade che quando un bambino è autistico, ma parla, quindi
ha un buon livello cognitivo, viene diagnosticato come psicotico.
La diagnosi di disturbo di Asperger è insomma più difficile
di quella di autismo, e può richiedere un periodo di latenza di
un anno o due.
Nel bambino con AS non c'è comunque compromissione cognitiva nè
carenze del linguaggio, ma solo disturbi dell'interazione ed interessi
ossessivi.
Vi può essere un deficit delle funzioni esecutive, come anche comportamenti
perseverativi, difficoltà nel problem solving, strategie rigide,
deficit di pianificazione e shooting dell'attenzione.
COSA SIGNIFICA ESSERE AS:
- NEI COMPORTAMENTI
SOCIALI
- interazione
sociale: al contrario dell'autismo, vi è il desiderio di contatto,
spesso più con gli adulti che con i coetanei, difficoltà
marcata a negoziare e modalità di approccio bizzarre;
- mancanza
di reciprocità: iniziano una conversazione, ma non a scopo sociale,
appaiono così egocentrici oppure timidi;
- mancanza
d spontaneità: problemi di interpretazione delle emozioni, rigidità
nell'applicazione delle regole sociali, tendenza ad isolarsi e possibile
depressione.
- NELLA COMUNICAZIONE
VERBALE
- prosodia del linguaggio, cioè volume e tonalità della
voce non modulata ed inadatta alle situazioni;
- deficit di pragmatismo del linguaggio.
- NELLA COMUNICAZIONE
NON VERBALE
- è
una modalità poco utilizzata:
- i gesti sono comunque atipici, assenti o esagerati.
- NELL'IMMAGINAZIONE
- interessi
ristretti
- ossessioni e preoccupazioni frequenti
COSA FARE?
Possiamo fare
qualcosa per questi bambini?
Varie ricerche, quasi tutte provenienti dall’estero (Stati Uniti,
Inghilterra, Australia) ci raccontano che questi bambini, pur senza guarire
del tutto, possono migliorare molto con l'insegnamento delle cose che
noi apprendiamo intuitivamente, per esempio, le abilità sociali;
per tappe, in maniera sequenziale, sfruttando le loro migliori abilità
visuo-spaziali o verbali, si daranno loro gli schemi di come intrattenere
una conversazione, come guardare negli occhi un interlocutore, come rispettare
il proprio turno fino anche a cosa fare quando si entra ad una festa,
o come farsi un amico.
E' importante proteggere il bambino AS dal bullismo, poiché è
molto indifeso, occorre rendere i compagni consapevoli dei suoi problemi.
Tutti i nostri sforzi convergono pertanto nella direzione di aiutare questi
bambini pur rispettando la loro diversità, così come ci
dice un autistico dotato (Jim Sinclair):
“
Essere autistici non significa non essere umani, ma essere diversi…..
In un certo senso sono mal equipaggiato per sopravvivere in questo mondo,
come un extraterrestre che si sia perso senza un manuale per sapere come
orientarsi.
Ma la mia personalità è rimasta intatta…..
Lavorate con me per costruire ponti tra noi." |
L’arbitro in panchina con il fuori-classe:
la partita la perde la squadra.
L’insegnante di sostegno alla classe.
Intervento
della dott.ssa Evelina Chiocca
COORDINAMENTO ITALIANO INSEGNANTI DI SOSTEGNO
www.sostegno.org
e-mail: sostegno@sostegno.org info@sostegno.org
In premessa,
desidero ringraziare, a nome del C.I.I.S., l’Associazione Asperger
per l’invito rivoltoci e per l’opportunità offerta
ad entrambi di scambiarci riflessioni e approfondire tematiche di interesse
comune. Un particolare ringraziamento alla Sig.ra Maria Fruci, agli organizzatori
e ai genitori che si trovano qui per questa occasione di crescita comune.
Sono stata invitata a questo incontro in quanto rappresentante del Coordinamento
Italiano Insegnanti di Sostegno, una neo-nata Associazione, di recente
costituzione, che vede riuniti insegnanti di sostegno di molte regioni
di Italia, che hanno deciso di associarsi anche per condividere insieme
esperienze e conoscenze.
Essendo appunto una nuova formazione nel panorama attuale, desidero condividere
con voi le finalità di questa Associazione, così come contemplato
negli scopi del nostro Statuto.
Dallo Statuto: “La presente Associazione esercita le proprie attività
in aderenza ai bisogni territoriali, alle proprie risorse ed alle proprie
iniziative al fine di promuovere l’aggregazione e la formazione
degli insegnanti di sostegno e sviluppare una maggiore e migliore collaborazione
con le Istituzioni che interagiscono nell’area dell’handicap,
dello svantaggio e del disagio.
L’Associazione intende quindi operare al fine di:
- potenziare la professionalità dei docenti specializzati;
- promuovere attività di aggiornamento e di formazione;
- promuovere attività di interazione e confronto sulle esperienze
maturate;
- promuovere azioni di sensibilizzazione nel tessuto sociale in generale;
- favorire iniziative di auto mutuo aiuto;
- favorire l’integrazione scolastica e sociale degli alunni diversamente
abili;
- collaborare con le Famiglie, le Associazioni, le realtà scolastiche
e sociali che interagiscono nell’area dell’handicap;
- tutelare e promuovere la professionalità dei docenti specializzati
e in generale dei docenti che si occupano dei diversamente abili.
Tali attività sono rivolte sia ai soci che alla collettività
e senza fini di lucro, al fine di realizzare scopi sociali, culturali,
educativi, ricreativi, nel rispetto delle pari opportunità tra
uomini e donne.
A tal fine l’Associazione può realizzare un giornalino…..
“
---
*** ---
L’insegnante
specializzato viene generalmente definito “insegnante di sostegno”
e nella mentalità comune è colui che si occupa “di
un bambino o di una bambina” detto/a “handicappato/a”.
Pochi forse sanno che, in realtà, questo insegnante ha percorso
un iter formativo particolare per poter operare all’interno della
scuola con competenza e professionalità.
La storia
del processo di integrazione, con inserimento nelle classi comuni di alunni
“diversamente abili”, coloro che venivano posti al “confino”,
raggiunge un punto molto importante con la Legge quadro 104 del 1992.
Con questa norma si cerca di dare un po’ di ordine a tutte le leggi,
i decreti, le sentenze, a tutti quegli atti che in qualche modo avevano
detto la loro in questo ambito. E sappiamo bene quanto bisogno di chiarezza
c’era e siamo tutt’oggi consapevoli di quanto bisogno di chiarezza
ci sia ancora.
All’interno di questo provvedimento legislativo sono sancite, o
meglio garantite, “attività didattiche di sostegno mediante
l’assegnazione di DOCENTI SPECIALIZZATI”. E la stessa legge
determina i percorsi formativi che consentano all’insegnante di
acquisire un’adeguata formazione. Al Ministero dell’istruzione,
infine, viene demandato il compito di provvedere “alla formazione
e all’aggiornamento del personale docente per l’acquisizione
di conoscenze in materia di integrazione scolastica” degli alunni
diversamente abili.
Questo progetto
che risponde in pieno ai contenuti di alto valore sanciti nella nostra
Costituzione (vedi articoli 2 e 3, oltre all’art. 34), e che rappresenta
per l’intera comunità umana un modello di grande civiltà.
Tuttavia, la normativa in vigore, pur essendo fra le più evolute
a livello europeo, presenta ancora molte ombre. Proviamo ad elencarne
alcune:
1- PERCORSO
FORMATIVO: non è assolutamente chiaro quale debba essere il percorso
formativo che prepari in modo adeguato e “uguale” l’insegnante
specializzato. Fra i percorsi attuati, infatti, possiamo trovare:
a) Corsi di 400 ore aggiuntive dei percorsi SSIS, per i laureati della
scuola secondaria,
b) Corsi di 400 ore aggiuntive del Corso di Laurea in Scienze della Formazione
Primaria, per gli insegnanti della scuola elementare e materna,
c) Corsi di circa 1200 ore (ex D.I. 460/98 ex D.P.R. 970/75) rivolti agli
insegnanti abilitati e non, delle scuole di ogni ordine e grado, attualmente
non più attivi,
d) Corsi di 800 ore, rivolti ai docenti abilitati e laureati della scuola
secondaria,
e) Corsi a moduli di tre anni, rivolti ai docenti in ruolo, promossi dai
C.S.A. territoriali, per la scuola primaria e secondaria,
f) Corsi di un monte complessivo di ore ridotti, per i docenti in esubero
o perdenti posto
2- FORMAZIONE
PROFESSIONALE: la professionalità del docente specializzato viene
quindi demandata a corsi sempre differenti sia nella strutturazione, sia
nei contenuti: ne è testimonianza il fatto che negli ultimi tre
anni sono stati indetti Corsi di Specializzazione di circa 1200 ore, di
800 ore e di 400 ore, oltre quelli attivati dai Provveditorati (attuali
CSA) in moduli triennali. Percorsi diversi, dunque, come se la professione
del docente specializzato fosse un “optional”, un’attività
residuale rispetto alla formazione dell’insegnante in genere e pertanto
a discrezione di questo o quel Ministro.
3- CONTINUITA’
EDUCATIVO-DIDATTICA: le modalità di accesso alle varie Graduatorie
non garantiscono la continuità educativo-didattica nell’assegnazione
dei docenti alle classi ove sono iscritti alunni diversamente abili. Per
dirla in termini più concreti: un insegnante specializzato che
lo scorso anno ha prestato per es. il suo servizio in una prima elementare
per tutto l’anno, non è detto che l’anno successivo
si trovi ad operare nella classe seconda, come sarebbe logico: questo
perché l’insegnante, durante le fasi di assegnazione delle
sedi, può essere stato “scavalcato” da un altro insegnante
con maggiore punteggio che abbia chiesto di essere assegnato a quella
scuola.
4- Altro punto
oscuro: RAPPORTO numerico FRA INSEGNANTI DI SOSTEGNO E ALUNNI, è
questo un rapporto che varia in maniera peggiorativa all’approvazione
di ogni finanziaria, in base al principio del risparmio. Se fino a ieri
il rapporto era 1:138, sembra che dal prossimo anno potrebbe essere addirittura
di 1:145 a livello provinciale). Questo fatto comporterebbe una riduzione
drastica del numero di ore di presenza degli insegnanti di sostegno nella
singola classe.
Quello della formazione e del percorso formativo, elemento di professionalità
e di competenza, rappresenta un punto cardine del processo di integrazione,
così come altri fondamentali, quali la continuità educativo-didattica
e il rapporto fra insegnanti e alunni. Questi argomenti richiedono una
particolare attenzione, non possono essere liquidati in modo semplicistico.
Non si può pensare che la formazione del docente specializzato
non comprenda un percorso chiaro e definito.
Essere insegnanti
di sostegno richiede di possedere conoscenze e competenze, ma anche disponibilità
a trovare nuove strategie, a rivedere il proprio metodo, ad aggiornarsi.
Ed è anche per questo che alcuni insegnanti specializzati, di ruolo
e non, abilitati e non, hanno deciso di mettersi in rete: per confrontarsi,
per aiutarsi, per cercare di contribuire grazie anche alla loro collaborazione
al processo di integrazione, per passare, successivamente, ad un confronto
con le altre Associazioni che operano nello stesso settore.
Ritornando
sugli interrogativi che spesso accompagnano il ruolo di questa figura,
su ciò che è, che rappresenta, come viene visto dalla mentalità
comune, le domande che sorgono più frequentemente sono: “Chi
è?”, “Cosa fa?”, “Qual è il suo
ruolo?”, “Ma è importante che ci sia?”, “E’
funzionale all’integrazione oppure è funzionale ad un posto
di lavoro?”, “E’ oppure fa?”…..
Sono mille gli interrogativi che emergono, pur magari avendo noi stessi
già mille risposte preconfezionate: ciascuno pensa infatti che
l’insegnante di sostegno sia quella determinata persona che, per
esempio,
1) “ha trovato la strada giusta, quella più veloce per entrare
nel mondo della scuola”, potrebbero rispondere alcuni insegnanti;
2) “è l’insegnante di quel/la bambino/a”, potrebbe
essere la risposta se queste domande le rivolgessimo ad alcuni genitori,
3) e se, invece, io rivolgessi la domanda a voi, che ogni giorno vivete
con i vostri figli, cosa direste voi? Chi è l’insegnante
di sostegno, qual è il suo ruolo?
[a questo
punto ci sono stati gli interventi dei genitori, dapprima una voce qua
e là, quindi un dibattito aperto e acceso]
---
*** ---
Il tema che
quest’oggi siamo chiamati a trattare ha un titolo un po’ particolare,
che necessitava a mio avviso, comunque, di una premessa, come la breve
sintesi esposta, e che richiama alla mente qualcosa che spesso accade
fra le pareti scolastiche, motivo di forte disagio per chi ne è
coinvolto e per chi invece auspica una reale crescita di tutti coloro
che si trovano coinvolti nel processo educativo ed anche in quello didattico.
Comunemente e troppo spesso accade infatti che l’alunno/a diversamente
abile venga “accompagnato”, per non dire “portato”
fuori dall’aula. Le motivazioni addotte sono molteplici. Alcune
sicuramente valide: l’intervento individualizzato previsto come
modalità all’interno della scuola non può prescindere
da questa possibilità; altre, invece, strumentali.
Ricordo sempre con grande amarezza il mio primo giorno di scuola, quando
fui assegnata ad una classe in cui era iscritto un alunno diversamente
abile: “finalmente sei arrivata! Prendilo e portalo fuori.”.
Tono secco. Frase liberatoria per l’insegnante. Tono perentorio
che non ammetteva repliche.
E dentro me scattò la risposta: resto in classe.
Ma il percorso
di crescita dei nostri alunni non può certo nascere dal conflitto:
richiede mediazione, richiede coerenza, sì, ma anche tanta pazienza.
E la crescita, appunto, è comune. Non solo quindi per il gruppo
classe. Anche per l’insegnante che, angosciata, appena ti vede esclama:
portalo fuori.
Lui/lei! L’elemento che disturba.
Lui/lei! La persona che ci mette in crisi, perché non siamo in
grado di trovare riposte e/o proposte adeguate.
Lui/lei! La persona che ci chiede di mettere da parte preconcetti, pregiudizi,
pensieri precostituiti.
Non tutti siamo pronti a metterci in discussione. Non tutti siamo pronti
a intraprendere un percorso di “ri-crescita comune”.
Penso che
tutti noi sappiamo che cosa è una partita, che cosa è una
squadra, che cosa è una panchina, chi è l’arbitro,
chi è il fuoriclasse.
Generalmente sulla panchina siedono quei giocatori che servono da riserva,
non necessariamente il meglio della squadra, perché i migliori
di solito svolgono la funzione di titolare, ossia scendono in campo fin
dal primo minuto di gioco. L’arbitro è colui che fa rispettare
le regole nel campo, che decide chi può rimanere e chi invece si
deve allontanare. Il fuori-classe è il giocatore paladino della
squadra, il favorito, quello sul quale tutti puntano le loro aspettative
e dal quale si attendono un buon risultato: in sintesi, l’elemento
che determina la vittoria della squadra.
La squadra, nel suo insieme, gioca la partita.
Che cosa succederebbe
se ad un certo punto l’arbitro decidesse di mettere in panchina
il fuoriclasse?
Che sorte toccherebbe alla partita? Che fine farebbe la squadra? Che cosa
penserebbero i tifosi? (che noi, in questo caso, identificheremo con i
genitori e con la società civile).
Proviamo ora
trasferire queste immagini al mondo della scuola
1) Insegnante
di sostegno = arbitro. Immaginiamo perciò di vedere l’insegnante
di sostegno nelle vesti dell’arbitro. Perché? Arbitro di
che cosa?
L’insegnante di sostegno agisce sulla classe e quindi coordina il
lavoro complessivo di questa squadra speciale, cioè programmi,
metodi, relazioni, strategie, ecc. Una squadra speciale perché
in questa classe è iscritto un/a alunno/a diversamente abile.
2) Alunno/a
diversamente abile = fuori-classe. A chi pensiamo quando diciamo il fuori-classe?
Pensiamo forse all’alunno/a in situazione di handicap? Perché
dunque gli attribuiamo questo nome, fuori-classe! Se è facile,
infatti, pensare all’insegnante di sostegno come arbitro, non altrettanto
lo è definire quale fuori-classe l’alunno/a diversamente
abile. Il furori-classe, nel pensiero comune, secondo i parametri usuali,
è colui/colei che è dotato/a, anzi, il/la più dotato/a!
Può esservi anche un gioco di parole in questo termine: “fuori-classe”,
cioè portato/a fisicamente fuori dal contesto classe.
Perciò, se l’arbitro trasferisse la sua sede dal campo alla
panchina, la squadra subirebbe un impoverimento che tradotto nella pratica
significa che non può più giocare, ancor più se nel
suo allontanamento dal campo, l’arbitro reca con sé il fuori-classe.
3) In teoria, ma non sempre nella pratica, è accettato e condiviso
il fatto che le diversità arricchiscono e quindi che le classi
in cui sono presenti alunni diversamente abili, fermo restando che ogni
alunno/a è di fatto abile in modo diverso dagli altri, godono di
una situazione che permette un arricchimento complessivo e reciproco di
tutti gli alunni, proprio per la collaborazione fra le diversità.
Lo sforzo degli insegnanti, della necessità di integrare il lavoro
nelle e per le diversità, contribuisce ulteriormente a dare sviluppo
e forza a questo impegno. Questi aspetti contribuiscono a portare arricchimento
"a" e "per" tutti gli alunni, ed anche agli insegnanti
stessi, che sono “costretti” ad aggiornare il loro metodo
di lavoro, ad adeguarlo di volta in volta rispetto alle situazioni sempre
differenti, a rivedere il modo di proporsi alla classe, a rivedere le
vecchie consuetudini, ad abbandonare la cattedra, per “scendere”
in mezzo agli alunni, a personalizzare gli interventi, a porre maggiore
attenzione a tutti e al singolo in particolare.
È chiaro che operare all’interno di questo arricchimento
è molto impegnativo. Richiede sforzo, disponibilità alla
ricerca, alla non-assuefazione, all’aggiornamento, ad evitare i
comportamenti standard, a non essere più ripetitivi: e questo riguarda
tutti i componenti della squadra, nello specifico gli insegnanti.
Pertanto può venire la tentazione di sforzarsi un po’ di
meno, di non impegnarsi fino in fondo, di limitare lo sforzo e quindi
di chiedere (ed anche accettare) che il/la bambino/a in situazione di
handicap/fuori-classe e l’insegnante/arbitro “si appartino”
sulla panchina, che escano dalla squadra/classe, che abbandonino il campo
di gioco uscendo!
Il fatto che questi due elementi “escano” dalla visuale, spariscano
dal nostro
impegno, dal nostro metterci in discussione, viene vissuto come “un
problema in
meno”, rispetto invece allo star dentro la classe (classe come persone,
non come
ambiente) che è invece molto impegnativo!
Nel momento, però, che si verifica questa “fuori-uscita”,
è chiaro che la squadra viene privata dell’arricchimento
derivante dalla diversità di ciascuno, anzi, vi è un sicuro
impoverimento generale diffuso, sia per chi esce, sia per chi resta dentro,
con la possibilità così che la partita della crescita civile
sia inevitabilmente persa da tutti.
La partita/Crescita
comune
Nel nostro linguaggio simbolico, la partita rappresenta la crescita comune
(che vuol essere la sintesi di un cammino inizialmente chiamato integrazione
e che oggi si realizza con questa crescita che si sviluppa nella reciprocità:
io do, io ricevo, tu dai, tu ricevi).
E’ un invito all’arricchimento reciproco. Tutti infatti dobbiamo
crescere dall’esperienza, ed avere l’opportunità di
fare e vivere l’esperienza.
Integrazione/un’esperienza di vita
Quando si parla di bambini/e in situazione di handicap si parla di integrazione
e lo si fa spesso dicendo che il bambino/a si deve integrare.
Ma integrare in che cosa? Integrare dove?
Di fatto l’alunno/a si pone in relazione con i compagni, e la relazione
presuppone interazione. L’interazione è un passo in più,
una tappa ulteriore che supporta il meccanismo della reciprocità.
In questo dinamismo non esiste l’io che si integra: esistono l’io
e il tu che si incontrano, che agiscono, interagiscono e stabiliscono
una relazione.
Un’esperienza
di vita
Grazie alla presenza dell’altro diverso da me, diversamente abile
da me, come io sono diversamente abile da lui, tutti noi possiamo trarre
benefici e crescita. Gli alunni/e cosiddetti normodotati e gli alunni
in situazione di handicap possono contribuire alla crescita comune, rappresentando
ciascuno per l’altro una opportunità.
Vorrei raccontarvi brevemente la storia di Laura, ovviamente il nome usato
è casuale.
“Laura è una bambina che per comunicare usa prevalentemente
un linguaggio simbolico; presenta anche altre problematiche. Si è
lavorato sulle sue potenzialità, sulle sue capacità al fine
di potenziarle e svilupparle. Uno dei problemi principali di Laura era
determinato dal rifiuto del contatto fisico con i coetanei, e a questo
si aggiungeva l’atteggiamento dei compagni che la osservavano come
“diversa” e pertanto non cercavano di stabilire nessun tipo
di rapporto alludendo al fatto che lei non sopportava la loro vicinanza.
Attraverso attività mirate, grazie anche alla collaborazione del
gruppo degli insegnanti che si sono “dovuti” interrogare su
come mettersi in gioco, piano piano, lavorando sulla classe e con la classe
(a piccoli gruppi, per favorire relazioni progressive) si è potuto
constatare come la bambina riuscisse gradatamente a com-partecipare alle
attività programmate, mentre i compagni maturavano un atteggiamento
diverso nei suoi confronti, più disponibile e attento
In questo intervento anche il linguaggio ha giocato un ruolo fondamentale:
l’uso del linguaggio simbolico, condiviso e acquisito, ha infatti
permesso ai compagni di “parlare” con la loro compagna, aiutandoli
a porre una maggiore attenzione alle varie sfumature della comunicazione
non verbale, ossia un maggiore controllo nella mimica facciale, nei gesti,
nello sguardo.
Verso la fine dell’anno scolastico, Laura poteva uscire da scuola
mano nella mano di alcune compagne.
La squadra
come ha tratto giovamento da questa presenza?
Si è potuto appurare che:
- gli alunni hanno preso coscienza della diversità come elemento
di arricchimento,
- hanno imparato a porre attenzione alle sensibilità degli altri,
scoprendo che ciascuno di noi ha delle preferenze da rispettare,
- alcune compagne hanno costruito una relazione anche al di fuori del
contesto scolastico, andando a casa di Laura a giocare,
pertanto credo
si possa affermare che questa esperienza ha contribuito a far sì
che si potesse prendere consapevolezza che nella pratica:
- la diversità esiste
- la diversità non è un problema
- non esiste una risposta uguale per tutti, perché tutti siamo
diversi,
- comunque la partita si gioca, è fattibile e i risultati sono
raggiungibili.
CONCLUSIONI
L’esperienza
della scuola, se si chiudesse in se stessa, se ritenesse di avere in sé
tutti gli elementi costituenti la squadra impegnata nel gioco della partita,
segnerebbe un autogol e la partita sarebbe irrimediabilmente persa!
Per garantire successo (e non mi riferisco solo al successo scolastico
che l’attuale proposta di riforma ribadisce a gran voce), per garantire
ossia il successo dell’integrazione, ovvero della crescita comune,
è importante che tutti noi ci rendiamo conto che la partita non
finisce quando suona la campanella.
La partita
continua: sono diverse e numerose le cosiddette agenzie formative e/o
educative che operano nel territorio e che rappresentano una risorsa preziosa,
in quanto ciascuna è chiamata a svolgere un ruolo specifico e ciascuna
esercita la sua influenza sulla crescita del/la bambino/a.
Questa riflessione è ancora più significativa oggi, poiché
la scuola dell’Autonomia, infatti, consente di aprirsi al territorio.
Un territorio nel quale sono presenti numerose agenzie, prime fra tutte,
la famiglia (quindi, l’oratorio, la televisione, l’ambiente
del vicinato, i parenti, ….le associazioni, le associazioni di volontariato,
ecc.).
Tutte queste
realtà agiscono e influiscono sul bambino e non solo. Agiscono
e influiscono anche sui componenti della squadra. Pertanto possono condizionare
anche il lavoro scolastico.
In questa dimensione, l’insegnante di sostegno è chiamato
a coordinare queste realtà, assumendo pertanto un ruolo molto importante
e delicato.
Arbitro. Regista.
Sicuramente l’insegnante di sostegno è colui che cerca di
far sì che tutti i componenti della squadra SCENDANO E RESTINO
sul campo di gioco, partecipando attivamente alla partita, ciascuno secondo
il ruolo attribuito e/o rivestito.
Ovvero, coordina le varie realtà. Per questo è necessario
condividere il percorso con la società civile, con la famiglia
(e le altre agenzie), avere chiari i comportamenti e gli obiettivi comuni,
che consentano all’intera classe di crescere insieme.
IL C.I.I.S.
La nostra organizzazione ha degli scopi molto ampi, ma è sorta
anche per fare in modo che tutti possano giocare la partita.
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Obiettivi
Comuni, proposte
Suddivisione dei compiti e agenda futura
del GRUPPO ASPERGER
Riservato
ai Ragazzi e loro Familiari
Attraverso la riflessione comune vengono messi a fuoco i seguenti
obbiettivi:
- diffondere la conoscenza del Disturbo di Asperger presso l'opinione
pubblica, raggiungendo in particolare le famiglie e quelle categorie (insegnanti,
pediatri…) che possono beneficiare di tale conoscenza per individuare
eventuali casi e favorirne la diagnosi, indispensabile per il corretto
trattamento di aiuto a questi soggetti;
- rendere disponibile a genitori ed educatori la conoscenza delle migliori
strategie di intervento;
- favorire la comunicazione e l'incontro, lo scambio di esperienze e conoscenze,
l'aiuto reciproco tra le famiglie come anche presso le stesse persone
toccate da questa patologia.
Per la realizzazione
di tali obbiettivi, sono state individuate le seguenti
strategie:
- diffusione
del libro : Asp... Asper... Asperger?...e che vuol dire? a cura di Laura
Imbimbo, Benedetta Costa, Paolo Cornaglia Ferraris, edito da FRATELLI
FRILLI EDITORI (il ricavato dalla vendita andrà a sostegno delle
attività dell'associazione);
- progettazione di un piano di formazione e aggiornamento permanente dei
genitori di bambini Asperger e dei loro insegnanti;
- pubblicazione di articoli sulla stampa (preferibilmente locale o specializzata);
- preparazione di altri strumenti informativi, quali poster ed opuscoli,
di immediata comprensione, esplicativi dei tratti caratteristici più
evidenti del disturbo (da realizzare mediante eventuali sponsor);
- creazione di un sito internet quale efficace canale informativo e comunicativo;
- organizzazione di due convegni l'anno, che vedano la partecipazione
di personalità di riconosciuta competenza sull'argomento.
Viene rimandata
l'ipotesi di formale costituzione in associazione ONLUS a quando la collaborazione
tra i membri del gruppo si sarà allargata e consolidata.
Viene confermato quale coordinatore del Gruppo Asperger il sig.Tiziano
Masciadri.
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