L'insegnante di sostegno e il bambino con AS: il punto di vista dei genitori
Laura Imbimbo - Maria Fruci
(intervento tenuto al Convegno Erickson di Rimini nell'ottobre 2003)
Il Gruppo Asperger onlus nasce su un apparente paradosso: il riconoscimento di un handicap. Il riconoscimento della “diversità”, necessario per poter sperare e lavorare per un futuro possibile. La Sindrome di Asperger e/o il cosiddetto Autismo ad Alto Funzionamento è una “malattia” solo da alcuni anni . I genitori, le famiglie, gli stessi Asperger vivono nella solitudine e nell’angoscia la difficoltà ad “essere normali” chiedendosi di chi sia la colpa, dove si sbaglia, cosa è successo, quando è cominciata…
La Sindrome di Asperger (e l’HAF) può essere, in qualche misura, “ nascosta”: dagli AS più dotati che riescono a farlo, dai genitori che minimizzano i “bizzarri” atteggiamenti dei loro figli, dagli psicologi che indagano con insistenza e pervicacia nelle “colpe” possibili, dagli insegnanti che li giudicano distratti, disordinati, disciplinati, ma irritabili, sorprendentemente informati su alcune cose e completamente sprovveduti su altre.
Comprendere cos’è la SA e l’HAF vuol dire ammettere che un essere umano all’apparenza “normale” funziona in modo “diverso” da quello che ci si aspetterebbe, appunto, dalla sua apparenza.
Questa breve introduzione non ha scopi “pubblicitari”, ma quello di introdurre un punto di vista originale nel dibattito “quali insegnanti di sostegno vogliamo”. Il punto di vista di “malati” che vogliono essere riconosciuti come tali, “sostenuti” per un handicap che non è fisico, non è visibile, che impropriamente può essere definito come un handicap mentale (ma ne esistono, veramente? l‘espressione “ritardo mentale” proprio per la nostra esperienza per noi andrebbe abolita), ma che è un handicap nell’”istinto sociale”. Ciò non comporta solo che non si “fa amicizia”, ma anche non capire quando due rettangoli sono uguali perché vuol dire non saperli “mettere in relazione”, oppure non saper leggere le note musicali se prima non se ne sente il suono, avere stampata nella memoria la cartina del percorso casa scuola, ma non poterla percorrere realmente ecc.
L’”aiuto” di cui questi ragazzi necessitano è un aiuto complesso, non basta una “tecnica”, anche se particolarmente raffinata. Percepire il mondo in modo diverso, non comprendere i messaggi non verbali, fraintendere quelli verbali… è come se ci trovassimo di fronte a dei ragazzi appena scesi da un’ astronave precipitata sulla Terra e proveniente da un pianeta lontano. Durante il viaggio si sono preparati: hanno imparato a camminare su due gambe, a parlare, a mangiare, ma è come se l’addestramento non fosse terminato. Essi non possono più tornare indietro e non vogliono: il loro pianeta in realtà è un insieme di minuscoli pianetini su cui ognuno di loro vive solo. Ma, a pensarci bene, ogni ragazzo con dei problemi, ogni qualsiasi ragazzo forse si sente così. L’unica differenza, forse, è che gli AS “sono” così.
All’inizio dell’anno scolastico è sorto un dibattito al nostro interno “sostegno sì sostegno no”. Chi ha i figli con maggiori difficoltà d’apprendimento chiede il sostegno, molto spesso, purtroppo, solo per tutelarsi, perché non lo boccino troppo facilmente. Chi ha i figli che se la “cavano” evita di chiederlo (e vedremo perché). Tutti ne sognano uno che aiuti veramente i propri ragazzi. Qualcuno di noi l’ha incontrato davvero. E si arriva al punto.
Chi è costui? Forse chiediamo una persona “specializzata” sui disturbi pervasivi dello sviluppo, sull’autismo, sulle sindromi autistiche? Sarebbe un po’ “corporativo”, oltre che impossibile e forse anche inutile. Certo l’aggiornamento è auspicabile in qualsiasi mestiere, per un programmatore di computer, per un parrucchiere, per un disegnatore…ma …se uno non ama programmare, tagliare i capelli, disegnare…a che serve?
Cosa deve amare e su cosa deve formarsi un insegnante di sostegno? Secondo noi (e proprio l’handicap dei nostri ragazzi lo rende evidente) deve essere capace di misurasi con la “diversità” in qualsiasi forma essa appaia. Deve “comprendere” nel senso originale della parola e cioè “prendere con” “portare insieme”. Egli deve essere capace di ragionare (e non), di parlare (e non), di vedere (e non), di comunicare (e non)… E sapere che nel non vedere c’è un altro modo di vedere, del non parlare un altro modo di parlare, nel non comunicare un altro modo di comunicare…
L’insegnante di sostegno è specializzato perché conosce, perché sa e perché condivide. E’ preparato perché ha studiato e ha studiato perché ha scelto di fare questo mestiere.
Questo mestiere non può essere un “ripiego”, una sorta di stratagemma per entrare nel mondo del lavoro dalla finestra invece che dalla porta.
Non può neanche essere un contentino che si dà alle famiglie in forma sempre più risicata (le ore di sostegno diminuiscono ad ogni finanziaria e non si capisce perché si deve risparmiare sempre su quello invece che, per esempio, eliminare qualche materia che affolla inutilmente i percorsi scolastici, ma questo è un altro discorso) e in forma sempre più dequalificata.
Nel nostro Paese si è scelto di percorrere un progetto straordinario, che è quello dell’”integrazione”. In parole povere vuol dire che si rifiuta il concetto delle “scuole speciali” e si sostiene il progetto di una scuola che accolga tutti e che a tutti offra la possibilità di valorizzare al massimo le sue potenzialità.
Il ruolo dell’insegnante “di sostegno” in tale contesto si configura soprattutto come mediatore tra l'alunno con handicap e la comunità scolastica. Finora possiamo dire che, in generale, è stato raggiunto l’obiettivo dell’inserimento, ma si è mancato quello dell’integrazione, che, in parole povere, vuol dire che del problema H si fa carico l’intera comunità scolastica.
Ci rendiamo conto che questo è un ideale a cui tendere più che una meta realistica.
Purtroppo troppe volte non ci si avvicina neanche un po’.
Spesso l’insegnante di sostegno è considerato solo un insegnante dell’alunno, che, siccome è di serie B, merita un insegnante di serie B. Non perché lo siano (né l’uno né l’altro), ma sono considerati così. Non è raro che un’insegnante curricolare deleghi completamente l’insegnamento della propria materia all’insegnante di sostegno. Questa francamente ci pare un’assurdità: se io non capisco l’algebra devo farmi aiutare da una persona che l’algebra la conosca, non da una che non la conosce, perché il suo mestiere è un altro! E, consentite la digressione, non capiamo cosa ci trovi di gratificante un insegnante ad insegnare a chi ha già capito tutto per conto suo.
Quale dovrebbe essere il mestiere dell’insegnante di sostegno? Ne abbiamo accennato già, ma, entrando un po’ più nello specifico, è una persona che sa individuare i potenziali d’apprendimento, le aree di difficoltà e di forza, ed è capace di “sostenere” gli insegnanti curriculari nel predisporre un percorso adatto affinché il ragazzo raggiunga gli obiettivi che ci si è prefissati. E non si parla solo di algebra, ovviamente.
Abbiamo detto che alcuni di noi genitori AS non chiedono il sostegno, perché i loro figli ne possono fare a meno. In realtà non è proprio così. La cosa andrebbe detta così: i loro figli non hanno particolari difficoltà ad essere promossi (alcuni ottengono anche buoni risultati), per cui i genitori fanno a meno del sostegno, ma non è che non ne avrebbero bisogno. Perché lo fanno? Un po’ perché, è vero, non gradiscono il marchio “H” appiccicato sulla fronte dei loro figli. Ma anche perché cosa gliene importa che il loro figlio venga portato in un’altra aula a svolgere i compiti quando non ha bisogno di questo?
Nessuno più di noi vuole che il suo ragazzo stia in classe, con gli altri compagni, con tutti gli insegnanti. Perché anche il più “geniale” dei nostri ragazzi ha bisogno di stare con gli altri, di imparare a farlo. Tutti i ragazzi del mondo ne hanno bisogno, quelli H di più degli altri. I nostri ragazzi sono la “prova vivente” che l’integrazione è l’unica strada possibile per intendere la legislazione che riguarda la scuola e l’handicap.
Ecco perché è sorto il dibattito. Perché non è così semplice scegliere. Perché siamo pervasi da dubbi o addirittura paure riguardo a questa scelta che dovrebbe essere un’opportunità offerta alla classe e al ragazzo.
Perché le cose non vanno come dovrebbero.
La differenza spesso si trasforma in disuguaglianza e i genitori lo sanno (qualche volta) a priori.
“Quello è il bambino con l’insegnante di sostegno” avranno sentito dire qualche volta prima ancora che “toccasse” a loro figlio, ovvero quel bambino è diverso soprattutto per questo: perché ha l’insegnante di sostegno, lui, proprio lui !
Stare con gli altri non è solo una cosa che aiuta ad imparare, ma è anche una cosa da imparare. Anche i cosiddetti normodotati possono imparare qualcosa di nuovo, un modo nuovo di vedere le cose, stando insieme ad un ragazzo H.
Questo non solo perché imparino ad essere più civili e tolleranti (cosa da non disprezzare), ma anche perché chi è “diverso” insegna cose “diverse”: mette in discussione certezze un po’ arrugginite, suggerisce spunti, pone domande paradossali, aiuta a vedere i due famosi rettangoli da un punto di vista originale (Come mai non vedi che sono diversi? Perché non sai dire qual è il più grande? Ma tu…cosa “intendi” per grande?).
L’insegnante di sostegno è colui o colei che sa cosa un ragazzo H sa fare, cosa potrebbe fare, cosa non dice di saper fare e al fare si può sostituire la parola dire, vedere, essere e altre ancora. E poi, scusate l’azzardo idealistico, sa anche individuare cosa un ragazzo H può insegnare o far scoprire agli altri. Aiuta tutti a sentirsi parte di ognuno. In ognuno di noi c’è un pezzetto autistico, down, non vedente…e scoprirlo non è poi così male.
Vorremo anche dire qualcosa sui rapporti tra insegnanti di “sostegno” ed insegnanti “curricolari”. Capita troppo spesso che questi ultimi siano troppo impreparati a gestire la “disabilità”, che si appoggino totalmente al collega di “sostegno”. E’ anche per questo (come nota giustamente Salvatore Nocera in un suo recente articolo su No limits, inserto de L’Unità) che i genitori chiedono sempre più ore di sostegno. In realtà la Scuola dovrebbe formare anche gli “altri” insegnanti su un aspetto fondamentale della loro professionalità: la cultura dell’integrazione. Certo è, aggiunge giustamente Nocera, che finché l’integrazione scolastica non viene assunta come “indicatore di qualità” di ogni singolo istituto, i dirigenti scolastici avranno scarsa motivazione a promuoverla nel loro istituto.
Un altro problema che riguarda la “qualità” del sostegno scolastico è quello delle scuole medie superiori. L’istruzione tecnica e professionale è sovraccaricata rispetto ai licei classici e scientifici. Tenuto conto che nel primo tipo di scuole si riversano altri tipi di ragazzi “problematici” , la situazione in queste scuole è davvero pesante. Una fortissima selezione nei primi due anni “sfoltisce” in qualche modo i problemi, ma non ci pare che sia una buona soluzione. In generale nei licei classici e scientifici sono “ammessi” solo certi tipi di handicap, cioè solo quelli esclusivamente fisici e che non “intacchino” minimamente le capacità cosiddette “intellettive”. E anche per questi ragazzi la vita scolastica non deve essere “facile”. In un noto liceo classico romano (considerato un po’ la culla della cultura riformatrice della città) la vicepreside ha detto ad un nostro genitore che persino con i “sordomuti” si “fa una fatica !” E il nostro genitore si è domandato fra sé e sé quale sforzo inumano comportasse parlare di fronte al ragazzo in modo che potesse leggere sulle labbra dell’insegnante! Fino a qualche decennio fa un sordo era considerato un “ritardato”. Ora impara il greco antico e il latino e anche le lingue straniere. C’è una possibilità per tutti, c’è una strada per arrivare al cervello e al cuore di tutti.
Sappiamo benissimo che la realtà è quella che è. Che i bilanci della PI sono quelli che sono, che le classi sono affollate, che certi handicap sono difficili da gestire e sappiamo anche che le famiglie danno i loro problemi, quelle dei “normali” e quelle dei disabili.
Sappiamo che nella scuola vivono degli eroi di tutti i giorni e li ringraziamo di esistere e di lavorare anche coi nostri ragazzi.
Ma la Scuola, come molte cose umane, vive anche di idee, che costano solo la generosità di averle. Ecco, forse, l’insegnante di sostegno è un insegnante che ha sempre delle idee da proporre e da sperimentare. Affinché nessuna briciola cada dal tavolo e finisca chissà dove.
Come lo vogliamo?
Lo vogliamo coraggioso, in prima linea, capace di difendersi, di difendere il proprio ruolo e quello dei ragazzi sui quali dovrà “lasciare il segno”. Lo vogliamo capace di sconvolgere, lecitamente, tutto ciò che è fermo, di prendere le idee di carta e farle divenire concrete.
Lo vogliamo che spieghi che il PEI non deve essere solo un obbligo burocratico o la semplificazione di un programma scolastico , ma che esso è un “Progetto globale di vita” in cui la scuola gioca un ruolo “fondamentale”.
Lo vogliamo, insieme ai suoi colleghi, “progettare”, capace di chiedere, di pretendere tutti gli strumenti messi a disposizione: progetti, spazi, colleghi curriculari, soldi.
Lo vogliamo capace di pensare in grande, di pensare a quell’alunno “futuro uomo” e non “eterno bambino”, lo vogliamo capace di pensare che molto dipenderà dal suo lavoro.
Ora molti diranno: come la fate semplice: soltanto ottenere di avere un libro “particolare” ti fa passare dal Direttore al Consiglio di Classe fino al Consiglio di Circolo spesso senza concludere nulla.
E’ su questo fatalismo, “tanto le cose vanno così”, che si rafforza il potere della “maggioranza” che calpesta la debolezza delle “minoranze”.
Vi pregherei di fermarvi a riflettere sul “destino” al di fuori della scuola dei ragazzi cd “diversi” a cui non sono state offerte le giuste opportunità di una vera integrazione.
Sono adulti soli, figli di madri depresse, di fratelli tristi.
Quando gli va bene sono inseriti in “situazioni protette” (per proteggere chi?). Quando gli va male restano a casa, consolati dal frigorifero, dalla tv, dall’hifi, escono a fare una passeggiata nelle giornate tiepide di sole sottobraccio ad una madre ormai troppo vecchia per lottare ancora.
Sono gli adulti che avete lasciato ragazzi, per cui avete fatto anche molto. Ma per loro non suona il citofono, il telefono e se ricevono una lettera è dell’ASL o di qualche prete dell’oratorio. E questo perché nessuno ha insegnato agli “altri”, ai “normali”, che, l’integrazione del disabile non è solo un atto di buona volontà, ma che l’integrazione conviene a tutti. Perché non sono solo i ragazzi H a diventare adulti soli, infelici, disadattati.
Allora, di nuovo, vi chiediamo: riprendetevi il vostro vero ruolo, poiché non siete bastoni ma maestri, non sostenete ma insegnate.
Citiamo Dario Ianes da “Voglio fare l’Insegnante, specializzarmi e far carriera!” sul n. 1 / 2 della rivista “L’integrazione Scolastica e sociale” di maggio 2002 edita da Erickson
(…)
Al tavolino di un bar vicino all’università, alcune matricole stanno raccontandosi la mattinata.
Chiara: Ma questo insegnante specializzato, se non è più solo di sostegno per l’integrazione degli alunni disabili, cosa dovrebbe fare? A che bisogni dovrebbe rispondere?
Enrico: Ecco il punto! Dovrebbe rispondere a bisogni e non essere solo appiccicato alle diagnosi sanitarie degli alunni disabili. (…)
Fausto: Per ragionare sulle specializzazioni, sia come richiesta delle scuole che come offerta di percorso permanente universitario, dobbiamo però avere un modello concettuale chiaro, un impianto di concetti che ci organizzi una realtà complessa.
Giovanni: Credo che alla base di questo modello debba essere il concetto di <
Chiara: I bisogni educativi speciali, cambiano continuamente e ne emergono di nuovi: pensate agli stranieri, al bullismo, ai bambini con disturbi da deficit di attenzione e iperattività … oggi la scuola è sempre più un’insalata mista, e sarà sempre più così.
Giovanni: Diamoci da fare anche noi, (…)
Signore seduto al tavolo vicino (tra sé e sé, alzando gli occhi dal giornale che fingeva di leggere): Spero proprio che diventino insegnanti e che facciano carriera: ho due figli che dovranno andare a scuola.
Questi futuri insegnanti e i nostri ragazzi hanno diritto anche a genitori diversi, più consapevoli. Coinvolgeteci nelle vostre battaglie, nei vostri problemi, nei vostri dubbi. Chiamateci a difendere insieme a voi la possibilità per i nostri figli di avere un insegnante qualificato.
Ditelo ai genitori che non avete fatto semplicemente “domanda” per “fare” l’insegnante di sostegno, ma che avete “studiato” e vi siete impegnati per “diventarlo”, per “esserlo”.
Il compito che ci siamo presi (noi e voi) è un compito arduo, difficile, spesso estenuante, ma dal quale non possiamo esimerci, per dovere e per amore.